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Il Lagotto Romagnolo
La storia
La storia del Lagotto Romagnolo

Il lagotto romagnolo, la tredicesima razza canina italiana è ormai da parecchio tempo associata alla parola "tartufo".
Le origini di tale razza vanno ricercate senza dubbio in quello che viene universalmente riconosciuto come archetipo di tutti i cani da acqua, il barbet francese. Quest'ultimo è considerato il progenitore
del barbone moderno e di tutti i cani da acqua, compresi quello spagnolo e quello portoghese.
Nonostante ciò all'inizio del secolo scorso, tale razza era in via d'estinzione. Infatti il suo allevamento in purezza era  totalmente trascurato e soltanto in anni recenti è stato soggetto di attenzioni particolari, che hanno portato ad un recupero della razza sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Il barbet è come il lagotto un cane rustico, dal pelo riccio e dalle notevoli qualità psicoattitudinali.
Il barbet e con lui il lagotto rappresentano, l'anello di congiunzione tra i cani preistorici e quelli moderni. Da sempre sono identificati come cani dal pelo riccio, abili nuotatori, adatti a riportare tutto ciò che sia in acqua che a terrra l'uomo indicasse loro.

Il lagotto romagnolo,  cane da tartufi a pelo riccio, così come oggi noi lo conosciamo, è, con tutta la sua lunga e a volte intricata storia,l'unico cane al mondo specializzato nella ricerca del tartufo.

Il nome deriva dall'espressione romagnola "can lagòtt", utilizzata per indicare quei cani da caccia in palude o da acqua dotati di un particolare e resistentissimo pelo riccio e ispido. La sua presenza nelle Valli di Comacchio risale sicuramente al 1600, quando insieme al padrone, chiamato anch'esso "lagotto" erano l'anima e la vita di quelle paludi. Inoltre, a tempo perso, i vallaroli, si dedicavano alla ricerca dei tartufi. Fu così che i loro cani cominciarono a svolgere assiduamente questa attività, con la dedizione e l'impegno che solo un cane docile e disponibile come il lagotto può profondere.
I vallaroli, dopo la bonifica di quelle zone, furono costretti a dedicarsi quasi a tempo pieno a questa attività, e fu proprio questo il motivo per cui la grande addestrabilità e affidabilità dei loro cani divennero armi importanti per la ricerca del tartufo.

Il pelo riccio, stritto e finissimo, la sua versatilità e docilità, la sobrietà e la frugalità ne fecero il compagno ideale per tartufai che prevalentemente battevano boschi e spineti collinari in autunno e in inverno, a volte con neve e freddo a rendere le giornate particolarmente dure.


Come per i barbet però la razza non ebbe le dovute cure e la situazione allevatoria divenne abbastanza confusa. I tartufai allevavano senza nessuna cognizione ma semplicemente per ottenere risultati immediati, cioè buoni cani da tartufi. Si andò avanti prescindendo da ogni regola di genetica e incrociando a caso lagotti anche e troppo spesso in consanguineità, oppure meticciando a caso lagotti con setter, gli spinoni, i pointer, i bretoni e anche con altri meticci, la razza pura andò quasi persa.

Sul finire degli anni Settanta, un gruppo di valenti cinofili, quali Antonio Morsiani, Quintino Toschi, Lodovico Babini, iniziarono un lungo e faticoso lavoro di ricerca e selezione. La fondazione del CIL, Club Lagotto Italiano è stato l'ultimo passo verso il traguardo e dal 1998 a oggi i lagotti regolarmente iscritti sono aumentati a dismisura. Con l'approvazione della razza da parte dell'ENCI nel Luglio del 1992, il lagotto è diventato ufficialmente la tredicesima razza italiana.

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